Corriere della Sera – Attimi by Odd

Bologna, lo chef Lorenzo Coccovilli e il ristorante con 4 coperti: «Il menù è al buio. Il prezzo? So che è caro, ma i costi sono quelli».


La trasformazione di ODD: quattro posti, due turni serali, un bancone, uno chef che cucina e racconta a pochi centimetri dagli ospiti. «Io miro a quello 0,5%, quell’1% di persone che hanno voglia di vivere un’esperienza diversa. So che è una battaglia difficile, ma qualcuno deve iniziare»

In una Bologna dove la ristorazione sembra correre verso il pieno, i dehors, i coperti moltiplicati e i format replicabili, Lorenzo Coccovilli ha scelto la direzione opposta. Nel suo ODD, in via Borgo di San Pietro 21/A, non c’è insegna: solo una porta nera. Dentro: quattro posti, due turni serali, un bancone, uno chef che cucina e racconta a pochi centimetri dagli ospiti. Prima street food d’autore, premiato anche dal Gambero Rosso come Campione Regionale Emilia-Romagna nella guida Street Food 2026, oggi ODD è diventato «Attimi», uno chef’s table estremo, intimo, quasi confessionale. Tatuaggi, sguardo introverso, passione per l’autoanalisi e per la psicologia, Coccovilli potrebbe ricordare, almeno per intensità, un Carmy Berzatto bolognese. Ma il suo progetto non nasce dalla fiction: nasce da una storia lunga, fatta di cucine stellate, fughe, crisi, apprendistati, disincanto e una domanda radicale: che cosa significa oggi cucinare davvero?


Perché scegliere quattro posti, quando tutti cercano più spazio e più tavoli?
«Perché Bologna dovrebbe muoversi verso la qualità, non verso la quantità. Io miro a quello 0,5%, quell’1% di persone che hanno voglia di vivere un’esperienza diversa. So che è una battaglia difficile, ma qualcuno deve iniziare. La mia idea è far capire che Bologna può essere qualcos’altro anche dal punto di vista gastronomico».

Come nasce questa versione di ODD?
«Due anni fa non avevo investitori. Avevo una casa che mi avevano comprato i miei nonni, l’ho venduta e ho aperto questo posto. Non potevo partire subito con il progetto che avevo in testa, così mi sono chiesto: che cosa posso fare per dare qualcosa in più a Bologna? Ho iniziato con uno street food fatto bene, tutto autoprodotto, con tecniche apprese negli anni. Poi però mi sono accorto che molti venivano per fare foto, per dire “sono stato da ODD”. Il lavoro rischiava di perdersi».

E così hai cambiato tutto.
«Mi sono detto: ho un locale piccolissimo, so che cosa voglio fare, perché non mettermi davanti ai clienti e raccontare i piatti? All’inizio pensavo a sei posti, poi ho capito che lo spazio non c’era. Ne ho fatti quattro. È stata anche una scelta dettata dal luogo, ma non avrei mai voluto qualcosa di grande».

Oggi che cosa succede quando si entra da ODD?
«Gli ospiti si siedono al bancone. Io sono davanti a loro, impiatto e racconto. Dietro c’è la cucina, che si vede in parte. Con me c’è il mio sous-chef e il sommelier. Siamo tre persone per quattro ospiti. È un rapporto quasi da ristorante stellato, ma ancora più ravvicinato».

E fuori non c’è insegna.
«No. Si arriva davanti a una porta nera. Mi piace l’idea che chi viene qui non entri per caso. Deve volerci arrivare».

Che cosa raccontano i tuoi menu?
«Raccontano me. A un certo punto ho capito che, per fare una cucina sentita e onesta, dovevo prima capire chi sono. Un piatto non è solo un insieme di ingredienti che stanno bene insieme. Deve esserci un’idea, un’identità. Se è vuoto, si sente».

Da dove arriva questa esigenza di identità?
«Forse da tutte le esperienze che ho fatto. Io sono nato ad Aosta nel 1990, ma i miei nonni materni erano di Fanano, nel Modenese. Da bambino passavo lì tutte le estati. Mio nonno aveva avuto un ristorante a Ostia e, anche se quando ero piccolo era già in pensione, cucinava sempre. Lo vedevo fare la pasta fresca, c’erano nuvole di farina, profumi, tavolate grandi. Andavamo a funghi, a raccogliere mirtilli. Quella cosa mi è rimasta dentro».



La tua famiglia voleva che facessi il cuoco?
«No. Mio padre è medico ed era contrario: orari lunghi, vita sregolata. Io però lo sentivo. Ho fatto un anno di università a Bologna, senza concludere nulla, poi sono andato a fare il lavapiatti ad Aosta, in un ristorante bruttissimo sulla statale. E lì mi sono innamorato del lavoro. Dell’adrenalina, dell’aria della cucina. Vedevo i cuochi quasi come dei pirati».

Poi arrivano le prime esperienze importanti.
«Ho fatto stagioni, pasticceria, poi un’accademia a Torino. Da lì mi mandarono in stage da Davide Scabin, a Rivoli. Sono scappato dopo quindici giorni. Non avevo le basi. Mi sono reso conto che non potevo partire da uno stellato. Così sono tornato indietro, ho fatto altre stagioni, poi sono andato nei Paesi Baschi, al Nerua di Bilbao, da Josean Alija, allievo di Ferran Adrià. Lì ho trovato un approccio diverso: più libero, meno ingessato di certe cucine italiane».

E poi il sogno: l’Osteria Francescana.
«Fin dall’inizio volevo andare da Massimo Bottura. Mi affascinava il suo modo di parlare, la sua visione più colta, curiosa, quasi magica. Alla fine, sono arrivato alla Francescana dopo un’altra accademia a Vicenza. Ero estasiato. Avevo i brividi».

Che cosa hai fatto lì?
«Prima produzione, poi piccola pasticceria, poi antipasti e panetteria. Bottura aveva notato la mia dedizione e mi propose di prolungare lo stage per una possibile assunzione. Però dopo sei mesi quella magia, almeno per me, era svanita. Non per Massimo, né per Davide Di Fabio, che considero una persona stupenda, ma per l’atmosfera. Io sono molto introverso, lavoro in silenzio, non ho bisogno di farmi vedere. In quel contesto mi sentivo fuori posto».

Dopo la Francescana?
«Sono tornato a Bologna, poi Milano: esperienze brevi da Tokuyoshi, Cracco, Joia. Non cercavo un posto dove restare, volevo capire. Vedere. Poi sono andato in Svizzera come sous-chef, anche per guadagnare dopo tanti stage non pagati. Infine, sono tornato a Bologna, ho lavorato in un pub universitario dove facevo panini e poi per tre anni e mezzo come cuoco privato per una famiglia dell’alta borghesia imprenditoriale. Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa».

Si considera figlio della cucina stellata?
«No. Ho lavorato in posti importanti, ma non mi interessa sbandierare i nomi. Ero spesso stagista. Ho visto, ho assorbito, ho capito anche che cosa non volevo diventare. Oggi non voglio replicare nessuno. Voglio essere libero».

Libero da che cosa?
«Dalla rigidità, dall’idea che l’alta cucina debba per forza essere incomprensibile, estrema, costruita per stupire. Io voglio superare i limiti, sì, ma il piatto deve rimanere buono. Deve essere mangiato con piacere. La semplicità, anche se sostenuta da molta tecnica, spesso è la cosa che vince».

Il suo menu oggi è al buio. Perché?
«Prima davo ai piatti nomi evocativi, ma poi mi sono chiesto: perché devo mettere nomi che capisco solo io? Così li ho tolti. Ora ci sono due percorsi al buio: uno vegetale e uno con proteine di carne e pesce. Voglio che l’ospite si sieda e si lasci portare».

Quanto costa l’esperienza?
«Il percorso vegetale costa 120 euro, quello con carne e pesce 150. Ci sono due wine pairing, uno da 50 e uno da 90 euro. So che per Bologna è un prezzo alto, forse il più alto, ma i costi sono quelli. Siamo tre persone per quattro ospiti, usiamo materie prime selezionate e non abbiamo stagisti non pagati».

Che cosa cerca nel piatto?
«Gli attimi. Momenti che mi sono rimasti impressi: il profumo del ramo di pomodoro quando raccogli i pomodorini nell’orto, la pioggia estiva, un ricordo d’infanzia. Mi sto avvicinando anche al mondo dei profumi gastronomici, perché tutto parte dall’olfatto. L’olfatto ti porta immediatamente dove voglio che tu arrivi».

La tradizione bolognese entra nel tuo lavoro?
«Non direttamente. Non perché non la ami, anzi. La tradizione mi appartiene, penso ai miei nonni, alla convivialità, allo stare bene. Ma oggi mi chiedo: chi la fa davvero bene, fuori dalle case? Io ho scelto un’altra strada. Racconto me stesso, non faccio tortellini».

Che rapporto ha con i clienti, così vicini?
«Molto diretto. A trenta centimetri non puoi fingere. O va bene o va male. Spesso si crea una relazione: parlano con me, con il sommelier, raccontano di sé. A volte sembra quasi psicoterapia, e a me piace molto, perché sono sempre stato interessato alla psicologia. Il cliente smette di essere solo cliente e diventa parte dell’esperienza».

E se qualcosa non piace?
«Voglio che me lo dicano. Non necessariamente un piatto deve piacere a tutti. Mi interessa lo scambio, anche la critica. Sto cercando di fare le cose in modo trasparente».

La sua non è una brigata classica.
«No. La odio. Non mi interessa imporre un modo di vestirsi o un codice militare. Voglio un ambiente leggero. Non è come lavorare in un ristorante tradizionale: è quasi come stare a casa».

Qual è, in fondo, il suo obiettivo?
«L’identità. Nel lavoro e nella vita per me è fondamentale la libertà: poter comunicare chi sono davvero, anche se arrivano critiche. È quello che faccio fatica a trovare altrove. Io sto puntando su questo».


ATTIMI by ODD – via del Borgo di San Pietro 21/A – Bologna



di Vittoria Melchioni

Foto di Stefano Capparelli e Francesco Rey